C’erano tempi, ad Angri, in cui il suono costante della segheria era come il battito del paese.
Dalle prime ore del mattino, il ronzio regolare delle seghe a nastro si mescolava alle voci dei lavoratori, al profumo della resina e della segatura che si spargeva nell’aria.
Nelle botteghe e nei cortili, il ritmo del lavoro scandiva le giornate come una musica antica: legno che si spaccava, polvere che s’alzava, mani che costruivano il necessario per vivere.
Tra quei suoni, ce n’era uno diverso, più dolce, più lento — il suono dei sogni.
Era la voce di Sabato Orso, il segantino che imparò a dipingere la vita.
Uomo robusto, dallo sguardo mite e profondo, Sabato trascorreva le giornate tra tronchi e segatura, ma nelle notti silenziose, quando il paese dormiva, la sua anima cercava altri orizzonti.
Sul tavolo della sua piccola casa, accanto a una tazza di caffè freddo, un foglio bianco lo attendeva.
E lui, con mani abituate alla fatica, impugnava un pennello come se fosse un nuovo strumento di lavoro.
All’inizio tremava — linee incerte, colori esitanti — ma dentro di sé sentiva che quel gesto gli apparteneva da sempre.
Il pittore prigioniero
La passione nacque lontano, in un tempo di buio.
Durante la guerra, Sabato fu deportato in Australia, prigioniero in una fattoria sperduta.
Lontano dalla sua terra, tra la polvere rossa e i silenzi dell’oceano, trovò nella pittura un rifugio e una libertà.
Disegnava con mezzi di fortuna: carboncini, pezzi di carta, tutto ciò che il caso gli concedeva.
Guardava il cielo australiano e vi cercava la sua Angri, le colline, la voce delle strade, il profilo del Vesuvio lontano.
Era un modo per non dimenticare chi era, per restare vivo.
Quando tornò in Italia, quella scintilla non lo abbandonò più.
Continuò a lavorare come segantino, ma ogni sera, stanco e felice, si sedeva a dipingere.
Non per ambizione, ma per necessità: come si respira, come si prega.
Ogni quadro era un pezzo di memoria, un frammento di vita salvato dal tempo.
La mostra che cambiò tutto
Nel 1983, accadde qualcosa di inaspettato.
Angri si svegliò con una voce nuova: “Hai sentito? Sabato Orso espone i suoi quadri!”
Il segantino, l’uomo delle mani callose e del grembiule impolverato, si presentava ora come pittore.
La mostra, allestita nel salone del Palazzo Doria, non aveva la solennità dei grandi eventi: poche tele, luci semplici, profumo di olio e tempere nell’aria.
Eppure, quella mattina, l’intera città trattenne il fiato.
Tra i presenti c’erano artisti e amici — Mario Carotenuto, Umberto De Angelis, Gianfranco Duro, Ernesto Terlizzi, Raffaele Alfano, Giovanni Padovano (in copertina) — e molti curiosi, attratti più dal nome che dall’arte.
Ma appena entrarono, tutto cambiò.
Davanti ai quadri di Sabato, il tempo si fermò: le sue tele raccontavano il paese meglio di qualsiasi fotografia.
C’erano vicoli assolati, cortili pieni di voci, donne che stendevano i panni, bambini che correvano scalzi.
Ogni pennellata era una carezza, una memoria, una verità.
Un anziano si avvicinò e, con gli occhi lucidi, gli disse:
“Sabato, tu non hai dipinto solo i luoghi. Hai dipinto noi.”
Fu quella frase a consacrarlo, più di ogni recensione.
Le sue mostre personali arrivano fino in Germania, in Grecia e — quasi come un cerchio che si chiude — nuovamente in Australia, là dove tutto era cominciato.
Negli anni riceve numerosi riconoscimenti, premi e attestati di stima, sia in concorsi estemporanei che in occasioni ufficiali.
L’arte come respiro
Da quel giorno Sabato Orso non fu più solo un segantino.
Era “il pittore del paese”.
Ma non cambiò nulla nella sua vita: la stessa bottega, gli stessi saluti, lo stesso sorriso umile.
Continuò a dipingere come sempre, non per fama, ma per amore.
Dicevano che non cercava di creare capolavori, ma di fermare emozioni prima che svanissero.
E forse è proprio questo il segreto dei suoi colori: non nascono da una scuola, ma da un cuore che ha conosciuto la fatica e la bellezza.
Le sue opere finirono nelle case di Angri, nei bar, nelle scuole, negli uffici.
Chiunque vi posasse lo sguardo, riconosceva un frammento di sé.
Perché Sabato aveva fatto ciò che pochi artisti riescono a fare: rendere universale la semplicità.
Grazie al maestro Mario Carotenuto, Orso prese parte alla seconda edizione “I murales in Via Di Mezzo”, rivelatasi nel 1982 una delle iniziative culturali messe in campo dall’amministrazione guidata dal sindaco di allora Bartolo D’Antonio e dal delegato alla cultura e tempo libero Giulio Sacristano alias Gil Sacrì.
L’evento era denominato «Estate ad Angri» non fu solo festa, ma un viaggio tra arte, cultura, storia e umanità, capace di riscoprire le bellezze della nostra città e il calore della sua gente.
Il ringraziamento speciale degli organizzatori era rivolto agli artisti dei «Murales» di Via di Mezzo, che hanno ridato vita e colore al borgo angioino, trasformando vecchie mura in nuovi spazi di energia e creatività e la voglia di continuare a costruire insieme momenti di cultura e condivisione.

Un riconoscimento inaspettato
Nel 1984, la sua arte varcò i confini del paese.
Il Cardinale Corrado Ursi, Arcivescovo di Napoli, gli commissionò un ritratto personale, oggi custodito nel Vescovado di Napoli, accanto alle opere di artisti di fama.
Altri suoi lavori arrivarono a Pompei, nella Delegazione Pontificia Romana, e un suo Cristo Crocifisso vegliò per anni sulla cappella del cimitero di Angri.
Era la consacrazione di un uomo che non aveva mai cercato riconoscimenti, ma che li aveva meritati con la sincerità dei suoi gesti.

L’eredità di un uomo semplice
Quando Sabato Orso morì, il 31 maggio 1988, fu Mario Carotenuto a pronunciare le parole che ancora oggi lo accompagnano: “L’uomo potrà morire, ma la sua arte resterà in eterno.”
E così fu.
Oggi, a distanza di decenni, le sue tele continuano a parlare.
Non gridano, non impongono: sussurrano.
Raccontano un’Italia semplice, laboriosa, piena di dignità e poesia.
Ogni quadro è una finestra aperta sul passato, un respiro di vita che non si lascia cancellare.
Quando ad Angri il sole tramonta dietro i tetti e il cielo si tinge d’oro, sembra di vederlo ancora lì, Sabato: seduto accanto alla finestra, con il pennello sospeso, intento a catturare un’ultima sfumatura del mondo.
Perché in fondo, lui lo sapeva bene: anche un pennello può segare il tempo…e trasformarlo in eternità.
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