Oggi fra le tante attività scomparse figurano certamente le vecchie osterie o cantine, erano equivalenti alle cosiddette “bettole”, locali pubblici destinati alla vendita dei vini o qualche piatto povero ma gustoso.
Si beveva mangiando nelle osterie per il piacere di bere e mangiare cibi buoni, caserecci che si sono persi ormai nel tempo.
Attraverso i miei ricordi, il mio scopo è di far rivivere quei visi di persone dimenticati e allo stesso modo di gustare i piatti genuini che ritrovo in una delle poche cantine di Angri in cui era possibile “mangiare” e frequentata da “gente di passaggio”.

Un’atmosfera da sempre luogo preferito di bevitori, nei tempi lontani, e una quantità di personaggi che hanno caratterizzato quelle poche e affollatissime cantine, dove la luce del sole non arriva che per poche ore al giorno, e lasciarsi rapire da un buon bicchiere di vino e dalle voci dei commensali in duetti con le classiche melodie partenopee, un’esperienza appassionante, proiettati indietro nel tempo, anche per ricordare la produzione del vino venduto e servito.
Quello dei coniugi Aniello Longobardi "non vedente" e Giulia Franza, sono più ed è comprensibile rimpiangerle, considerato che esse costituivano un elemento autentico e vitale nella vita sociale in cui esse avevano una loro clientela fissa e affezionata divenuto poi il "Ristorante Pizzeria I Due Pini" e poi con l'espandersi anche di Albergo.

La cantina si trovava un tempo alle falde della montagna dell’elefantone, ovvero sulla strada prima di accedere al Chianiello, in via del Monte, dove vi erano stati collocati due antichi alberi di pino (uno dei due abbattuti nel 2022), e dove successivamente il locale prese il suo nome.
In quei tempi ad Angri, la città, viveva momenti di ricchezza e povertà si abbandonavano al sensuale torpore dei periodi migliori e dove quei visi raccontavano storie e biografie di ogni singolo personaggio.
Un tempo ad Angri questo genere di esercizi pubblici erano abbastanza diffusi ed erano situati principalmente nelle adiacenze di strade un po’ fuori mano, nonché nei vari casali del paese.
La parte antistante della cantina, prospiciente alla strada, era, prevalentemente occupata da clienti che volevano immergersi in una mezza giornata di allegria (foto di copertina ricostruita).
Solitamente a questo locale si trovava una cucina, a volte di dimensioni assai ridotte, in cui il gestore del locale preparava alcuni piatti da servire ai clienti.
Bastavano pochi rustici tavoli senza tovaglia, e una ventina di sedie impagliate con panche per “ospitare” gli allegri bevitori.
L ’interno era alquanto semplice per lo meno illuminato dalla luce proveniente dalla porta d’ingresso, fatta a vetri, d’estate spalancata e protetta da una tenda anti mosche, una luce fioca attutita dal denso fumo che, proveniente da sigari e sigarette, ristagnava nell’aria miscelandosi con l’odore pungente del vino, di chiuso e dei corpi accaldati, il bancone per la vendita del vino “sfuso”; accostate alle pareti, grosse damigiane, veniva servito il vino e portato ai clienti.
La gran parte degli avventori fumava: sigari, pipe e sigarette, tutte senza filtro e arrotolate a mano, con tabacco e cartine conservate in una piccola scatola.
Il vino veniva accompagnata da un semplice bicchiere di vino (corrispondente a un decimo di litro), si passava poi al “quartino” (bricco da un quinto di litro), successivamente al classico bricco da mezzo litro e infine a quello da un litro.
Per le bevute in gruppo si usava una “caraffa” di argilla, dalla forma particolare, a due manici, con beccuccio; la sua capacità era da due e anche da cinque litri.
Non poteva mancare la specialità di cibi che erano preparati in precedenza, disponibili all’occorrenza, zuppa di fave lesse, stoccafisso o baccalà in bianco oppure arrecanato, contorno di “chiuchiarelle o papaccella”, il pollo e il coniglio la facevano da padrone, salame paesano, olive verdi e sottoli casalinghi erano le pietanze, su richiesta degli stessi, lo sfizio di stuzzicare taralli con pepe, olive, noci, castagne e, volendo “i cantinieri” servivano, con pane, anche “cacio” e provolone piccante, cibi salatissimi idonei a essere innaffiati da tanto vino venivano serviti agli allegri amici della tavola.
Solitamente erano frequentate da semplici cittadini, mediatori, operai e contadini che vi si recavano soprattutto la domenica pomeriggio e nei giorni di festa o infrasettimanali, accomunati tutti dalla grande passione di ritrovarsi a bere qualche bottiglia di vino.
Nelle cantine la gente si incontrava, facendo una partita di briscola o di tressette, veniva, spesso, a sapere le novità paesane, parlava di situazioni economiche proprie o di altri, allegre o poco allegre.
Davanti a un bicchiere di vino i discorsi spaziavano dalle situazioni quotidiane a quelle politiche amministrative, si facevano allusioni, prese in giro e qualche volta volavano bestemmie.
Questa vecchia “osteria o cantina”, era un ritrovo che nei decenni apparteneva alla categoria della sosta per viandanti assaggiatori, o semplici bevitori incalliti che ambivano a mangiare un piatto della tradizione gastronomica “povera”, e comunque sempre straordinariamente appetitosa e alla semplicità della pietanza di stagione.
Dal ricordo fin qui tracciato appare evidente che le cantine sono state elementi costitutivi del passato e vanno dunque ricordate come componenti di una tradizione paesana caratterizzata da una indiscussa umanità e da civile convivenza, quadri pittoreschi di personaggi paesani, campioni di grandi ubriacature l’osteria diventava allora il luogo di incontro dove, fino al primo pomeriggio, ci si divertiva con chiacchiere, canti e giochi, conditi da generose libagioni.
Qualche volta i famigliari (le donne), vi entravano solo per recuperare il marito non vedendo tornare a notte tarda, oppure quando il ritardatario si era appisolato magari sotto un albero.
Il più delle volte si potevano incrociare nelle strade del paese, usciti dalla cantina, lentamente, barcollando e soprattutto urlando e in lite con avversari immaginari, a fatica cercavano di raggiungere la propria abitazione del paese.
Quei lontani personaggi, insieme a tanti altri, costituivano una testimonianza tangibile del fenomeno dell’alcolismo, un fenomeno, in quell’epoca, assai comune sia tra i frequentatori delle cantine paesane.
Ho preferito tracciare una rievocazione bonaria e venata di nostalgia per la “vecchia cantina” e per il modo con cui essa, nel bene e nel male, incideva sulle tradizioni e sulla vita di una intera comunità.
Ormai di cantine ad Angri, quelle appartenenti ai miei ricordi lontani, non ce ne sono più, come del resto di quei personaggi a me rimasti si, nei miei ricordi.
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