Ogni angrese, almeno una volta nella vita, è andato in quel vicolo, laddove c’era “Don Nicola”, meta obbligata soprattutto a Natale quando necessitava un pastore per il presepe o un addobbo per l’albero.
Durante l'anno si poteva acquistare detersivi ed altro materiale utile per la casa, oggettistica, statue è un ottimo posto anche per far regali carini a prezzi modici. A gestire il tutto da un arzillo Niola Annarumma e dalla sua consorte, aiutata dal figlio Logino.
Noi bambini aspettavamo per un anno intero quel giorno: ci interessava il Natale, i regali, non troppo costosi date le ristrettezze economiche dei genitori ma avremmo comunque ricevuto.
A noi ragazzi di quei tempi di tutto il Natale, l’obiettivo primario era una cosa sola: “fare” il presepio.
E chi non è mai entrato in quel regno incantato dove i colori si mischiavano immaginando quelle statuine piccole prendere vita.
A via Concilio si alzavano gli odori di un tempo e dove si dava vita soprattutto a quella tradizione racchiusa in una scatola magica.



Molti dei miei amici si accingevano a tirar fuori quei piccoli pastorelli di varie misure, è tempo di "scartucciare", è tempo di allestire il presepe dobbiamo muoverci ripeteva mio padre all’inizio di dicembre, faremo il presepe, e perché lui era molto devoto al presepio, visto che era un Napoletano verace ‘era sempre quella sua esclamazione "a me me piace 'o presepe".
Si tirava giù, quelli scatoloni contenenti i pastori ed il sughero riposti a gennaio dell’anno prima, con tutta la cura possibile.
Ognuno dei pastori era stato avvolto delicatamente in un pezzo di carta di giornale, per proteggerlo dagli urti.
Eppure, nonostante la cura posta nel rimetterli a posto in gennaio dopo, non erano pochi i pastori che, riemergendo dallo scatolone apparivano danneggiati, monchi o decapitati.



Il racconto avrebbe avuto senz'altro diverso tono se a scriverlo fosse stato mio padre, ma a me piace ricordare quegli anni così con la gioia e la spensieratezza di un bambino.
Per mio padre il presepe era una questione di fede, non c'è dubbio, come lo è di arte, di storia, di cultura e ognuno di questi aspetti può essere importante per raccontare il Natale a chi è credente e a chi non lo è, da sempre insieme a mio padre era diventata tappa obbligatoria recarci da Don Nicola per gli ultimi attori che mancavano per allestire il presepe.
A quei tempi gli odierni led erano ancora lontani e per le luci si utilizzava una serie di piccole lampadine a forma di sfera, ogni qual volta la serie veniva tirata fuori dalla sua scatola, al primo tentativo di accensione faceva cilecca.
Bisognava rimediare mettersi in cerca e provarle una ad una, finché non veniva fuori il guasto.
Comunque sia, leggenda, storia, fantasia, verità, mito, cronaca tutto si fonde e confonde nella scenografia di un presepe, ma un fatto rimane: diventa un racconto da tramandare, dal desiderio di fissare nella mente, negli occhi, quella luce abbagliante fatta di questi semplici pastori, magi, contadini, pescatori, mestieri e arti.
Nel frattempo veniva allestito dopo tante peripezie su un piano della credenza della cucina, in un angolo del mobile adibito apposta per la “mostra”: una base rettangolare, dove mia mamma vi aveva ricavato posticino per la montagna ricavando una la grotta fatta con la cartapesta.
Al suo interno una mangiatoia, un bue bianco e un asinello grigio; quel bambino che veniva ammantato con un batuffolo di cotone bianco – perché, diceva mia mamma, nascerà il giorno di Natale, ma ironia della sorte appena terminato l’allestimento, il bambino era già lì, nasceva qualche giorno prima.
Una stella cometa incollata con del filo di nylon scendeva dal mobile dove erano riposti i pacchi di pasta, , la stella cadeva davanti alla grotta, i tre magi appiedati visto lo spazio messo a disposizione facevano la loro comparsa portando doni a quella speranza fattasi carne.


Un prato di erba e muschio sul quale vi camminava ogni forma di umanità: il lattaio; il macellaio; il pastore di greggi e quelle 4/5 pecorelle; il fabbro; l’arrotino; il calzolaio; l’ubriaco; orde di pastori prendevano la loro posizione, pronti ad essere ammirati dagli amici di famiglia o dai familiari stessi che venivano a farci visita per gli auguri.
Una volta terminato il tutto erano passati 10/15 giorni, mi incantavo ad osservare quelle “umanità”, immedesimandomi nelle loro emozioni e nelle loro paure disegnate sui volti, inventando per ciascuna di esse una propria storia.
Mi soffermavo – ricordo – su ogni singolo personaggio e per ognuno ne traevo la relativa storia umana la mente mi creava emozione e sicurezza al tempo stesso: avevano seguito un indizio, una luce che lo portava dinanzi alla grandezza divina.
Ognuna di quelle statuine all’epoca pagato da un minimo di 500 lire così a salire.
Quei tempi magici confrontati con la storia di oggi, è quasi rassegnarsi dinanzi alla scontrosità degli adolescenti facendo scendere un sipario di silenzio, che rompe il patto tra le generazioni.
Quel piccolo presepe impersonava un’umanità con una storia che io stesso creavo e immaginavo venisse fuori soltanto di notte, quando tutti dormivano e immaginavo il loro cammino verso la Luce; ma più di tutti sentivo il vagito di quel bambino, che gridava al Mondo la sua nascita e che per il mondo sarebbe poi morto dopo circa trentatré anni.
Il presepe potrà raccontare la sua storia, potrà srotolare il libro scritto con altro inchiostro, con caratteri lontani da ogni altra immaginabile scrittura, ma tutte le volte che penso al Natale la meraviglia di quelle lucine splendenti mi provoca un groppo di nostalgia in gola.
Una nostalgia dolce che mi riporta indietro a quel tempo felice ormai perduto.
Sono storie tracciate con penna leggera, appassionata, mai banale, eppure oggi a distanza di anni, quella cosa tanto cara ha fatto posto ad un minuscolo presepe, ricavato da un ricordo indelebile, quello di mio fratello Lelluccio, tenuto amorevolmente da mia moglie Filomena.
Il racconto di "Don Nicola" e del presepe è un tuffo nostalgico nei Natali dell'infanzia, un periodo di gioia e spensieratezza caratterizzato da riti semplici e familiari, meta obbligata per acquistare pastori e addobbi natalizi.
Una riflessione nostalgica sui Natali di un tempo, con i loro suoni, odori e sapori ormai perduti, mi mancano le caldarroste di Mimi, sempre in piazzetta, i roccocò o i mustacciuoli delle pasticcerie di Santolo Risi, Vittorio Scoppa, O 'Sciampagnone, Belvedere, ma soprattutto quando il tempo iniziò' a scorrere man mano e divenne più cupo, più grigio, senza più colore senza più quegli odori.
Sì papà, oggi me piace di piu’ o presepio.
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